TUTTO E’ CAMBIATO NELLA FORMA, MA NON NELLA SOSTANZA.

Scopo della discoteca, sia esso un club, un'apparecchiatura mobile o altro è quello di richiamare e divertire il pubblico. Come tale la discoteca fa appello alle più semplici esigenze della natura umana, offre al pubblico della buona musica ritmata, cercando di rendere più stimolante l'atmosfera con effetti di luce e di colore, invogliando i partecipanti alla danza, a calarsi quanto più è possibile in quest'atmosfera di suoni, luci ed ombre, e evadere insomma dalla realtà. Nei primi anni '60 nacquero i primi piccoli club. A causa delle loro dimensioni ridotte, non era pratico avvalersi di gruppi live, così qualcuno pensò ad installare dei giradischi, azionati da qualche volenteroso: nacquero le discoteche ed i disc-jockeys. Questa tendenza cominciò a diffondersi a macchia d’olio, quando i gestori delle sale da ballo si resero conto che si trattava oltretutto di un modo economico per avere della musica nei loro locali. Inoltre, un disc-jockey forniva una infinita varietà di generi musicali tutti eseguiti a livello professionale e poteva andare avanti tutta la notte senza interruzioni. Per rendere ancora più attraenti i loro locali i gestori aggiunsero luci ed effetti speciali, adattando a questo scopo dispositivi che trovavano già in commercio e che venivano realizzati artigianalmente. In seguito accadde qualcosa che provocò una crescita esponenziale del fenomeno “disco-music” ed ebbe una forte risonanza sia nell'industria musicale che nel mondo delle discoteche ancora in fase di evoluzione. L'avvenimento catalizzatore fu il film prodotto da Robert Stigwood “La Febbre del Sabato Sera”, che accrebbe di milioni il numero degli adepti della disco-music i cui elementi essenziali erano e sono: battuta monotonica e ritmo martellante. La musica del film fu composta dai fratelli Gibb ed eseguita, per la maggior parte, dal loro gruppo, i Bee Gees. I brani musicali tratti dal film, come “Staying Alive”, “Night Fever” e “You Should Be Dancin'”, occuparono i primi posti nelle classifiche di tutto il mondo. Il set del film presentava soluzioni luminose molto interessanti. La pista, ideata dal Litelab di New York, era il punto focale delle coreografie create per John Travolta che costituivano il in nodo focale del film. La conseguenza diretta del film fu che gli operatori del settore si resero conto dell'importanza dell'ambiente e cominciarono a stanziare grossi budget per le luci ed i loro dispositivi di controllo. Ciò ha consentito, nel corso degli anni, agli architetti una maggiore fantasia e libertà d'azione, intervenendo in profondità sulle strutture dei locali esistenti e progettandone di nuovi sempre più arditi. Contemporaneamente, si fecero più pressanti le richieste da parte dei designers di una maggiore creatività ai produttori di accessori, quando non optarono essi stessi per l'alternativa di costruirsi da soli le apparecchiature e i dispositivi necessari. L'intera industria ha oggi una notevole capacità produttiva, grazie anche ai grandi progressi dell'elettronica, con lo straordinario sviluppo della tecnologia del silicio (silicon-chip), dei dispositivi di potenza allo stato solido (solid state high power control), dei mini-computer e dei sistemi completamente computerizzati. La musica dei Bee Gees provocò una rivoluzione nella musica pop, dando popolarità planetaria genere “disco”. Giocando sulla popolarità di questa musica, le case discografiche hanno creato dei «settori disco», delle «etichette disco», sfornando dischi su dischi. Tra il 1977 ed il 1979 la disco-music era diventata così forte, divenendo market-leader con la più alta quota di vendita, tanto che cominciarono a nascere addirittura dei movimenti d'opinione, tendenti a volerla eliminare dal mercato; naturalmente, dietro queste iniziative si nascondevano, con ogni probabilità, anche scopi commerciali. Ma la popolarità di cui ancora gode la disco-dance nelle sue più moderne espressioni, dimostra che queste ostilità non le recarono alcun danno. Come definizione di base la disco-music non fu solo la nuova formula elaborata dalle società discografiche interessate a sfruttare le nuove mode musicali; la disco-music si rivolgeva a tutta la gente a cui piaceva ballare e divertirsi alle feste o in discoteca, ma anche a casa propria o per la strada: plasmando un’antica esigenza vecchia come il mondo. Sulla scia delle sollecitazioni dell'industria, il pubblico ha adottato e reso popolare la definizione di “disco”. Gli esperti di marketing produssero giocattoli e giochi “disco”, mentre le case di moda lanciarono quello che era genericamente chiamato (ma rigorosamente indossato) “abbigliamento disco”, il cui elemento base era rappresentato dalla calzamaglia. Si può rilevare che ogni nuovo genere viene lanciato con un nuovo nome precostituito, e che esaminata nelle sue componenti fondamentali, la disco-music era molto simile a molti altri generi che l'hanno preceduta. Ma il commercio tiene d'occhio la moda ed è pronto ad approfittarne molto rapidamente, e questo è quanto accadde per la disco-music. Ancora, a circa trent’anni di distanza, dal diffondersi della “Febbre del sabato sera”, la gente continua ad andare a ballare in discoteca, nuovi club e locali da ballo aprono i battenti ogni giorno, rappresentando un notevole investimento di tempo e di capitali. Certamente, pur con differenti moduli espressivi, il fenomeno non ha mai conosciuto soste, ma solo qualche assestamento e mutamento nella forma, mai nella sostanza: se “disco” o “dance” significano andare a ballare e godersi la musica in compagnia, tirando tardi fino all’alba, questa moda, ma forse questa umana esigenza o “debolezza” non cesserà mai di esistere.

 

IL RITORNO DEL VINILE

DAL GELOSINO ALL’I-POD: MORTE E RESURREZIONE DEL VINILE

Che gli umani siano stati sempre affascinati dall’atto di poter “catturare e rinchiudere” i suoni, le voci, le musiche, i rumori all’interno di un “marchingegno” in grado, a sua volta, di poterli riprodurre all’infinito, rientra nel naturale desiderio di conservare ed archiviare. Se nei secoli passati, l’umanità avesse avuto a disposizione talune strumentazioni, oggi potremmo “riascoltare, ancora vivo” il genio di chissà quali grandi artisti: una personale esecuzione di Mozart o di Beethoven; magari la scialba interpretazione di Nerone, intento a fare un barbecue. A partire dai primi anni del ‘900, il mondo ha cominciato ad avere il privilegio di poter riascoltare “in differita” il frutto dell’umano ingegno canoro e musicale, dapprima, attraverso rudimentali archibugi, in seguito, grazie ad apparecchiature, sempre più calibrate e precise, in grado di riprodurre il suono con una qualità quasi prossima alla perfezione. Nel corso degli anni, a parte i miglioramenti qualitativi, i mutamenti furono più nella forma che nella sostanza: dopo l’avvento del 78 giri, per oltre sessant’anni, il protagonista assoluto nel mondo della musica e della canzone è sempre stato un oggetto chiamato “disco”. La vera grande rivoluzione avvenne quando l’industria discografica decise di cambiare materiale, passando dalla gommalacca e dalla bachelite al cloruro di vinile (PVC). Il disco in vinile venne, ufficialmente introdotto, nel 1948, negli Stati Uniti come evoluzione dei precedenti supporti dalle simili caratteristiche. La maggior precisione di incisura del vinile permise di rimpicciolire i solchi e abbassare il numero di giri per minuto dei dischi, dai 78 della bachelite ai 33⅓ del vinile, ottenendo così una maggiore durata di ascolto, che raggiunse circa 25-30 minuti per facciata nei Long-Playing (LP), con punte massime di anche 38-40 minuti per lato, specie per le opere liriche; soprattutto il vinile consentì di eliminare quel fastidioso fruscio determinato dalla fragilità dei materiali usati in precedenza. L’avvento del vinile, con i due nuovi formati di rotazione (33 e 45 giri), coincise con “era della musica contemporanea”: da lì a qualche anno, sarebbe esploso il Rock’n’Roll, spostando l’asse del consumo di musica verso i giovani ed il loro universo fatto di simboli, miti e feticci. Così il “disco”, da mero oggetto di riascolto o di riproduzione sonora, diventa oggetto di “culto”, legato al mito di questo o quel divo della “nuova musica giovanile”. Gli anni Cinquanta porteranno a completa consacrazione il 45 giri, mandando definitivamente in pensione il glorioso 78: il formato ridotto ed un’evidente praticità di utilizzo, fecero del “sette pollici”, il principale strumento di divulgazione del Rock’n’Roll, mentre i 33 giri (Long Playng), cominciarono ad essere proposti con copertine colorate ed intriganti, dove, non solo e non sempre, l’immagine dell’artista era in primo piano, ma si cominciò a raccontare la musica, anche tramite l’involucro cartaceo che, a suo modo, divenne un nuovo spazio espressivo aggiunto alla musica e alle canzoni, capace attraverso, testi, metafore, disegni ed immagini, di integrare, ampliare o rappresentare i contenuti delle canzoni stesse. Grazie alla lungimiranza di un DJ-Producer, negli anni ’70, inizialmente indirizzato alle discoteche ed agli addetti ai lavori, venne introdotto il “disco-mix”, una sorta di maxi-single a 12 pollici, contenete una sola canzone, al massimo due per facciata, ma grande come un 33 giri, che apportò un notevole contributo in termini di qualità sonora. Per oltre mezzo secolo, il “disco”, quale supporto principale per la circolazione di “merci sonore”, non temette la concorrenza dei nastri a bobine ( alla portata di tutti, quando vennero introdotti sul mercato i registratori simil “Gelosino”), delle cartucce con nastro Stereo-8 (dalla vita assai breve) o dalle più pratiche musicassette, nonostante la facilità con cui esse potevano essere riprodotte, anche con apparecchi dalle dimensioni assai ridotte. Solo dopo la seconda metà degli anni ’80, con introduzione del CD (Compact Disc), qualcuno cominciò a mettere in discussione l’esistenza del “vecchio tondo di vinile”. I promotori del cambiamento, di certo, non furono gli appassionati di musica, ma importanti case produttrici di apparecchiature per la riproduzione della musica, le quali ebbero l’ardire (e soprattutto l’interesse) a ritenere che il vecchio giradischi dovesse andare in pensione per lasciare il posto a qualcosa di più moderno e di più pratico: il CD player o lettore CD. Nella società dei consumi, è notorio che il mercato si appassioni facilmente alle novità, tanto che, agli inizi degli anni ’90, quasi tutte le principali case discografiche sospesero la produzione dei dischi in vinile, ampliando sempre di più il catalogo dei CDs; così, il privilegio di stampare e distribuire dischi in vinile rimase tutto nelle mani delle piccole etichette specializzate in musica dance di vario genere, in particolare dei DJs da discoteca, che ne sono, da sempre, i principali sostenitori e custodi. Non si dimentichi che, la maggior parte dei professionisti della console, esprimo ancora la loro sofisticata arte del “mixing”, attraverso i giradischi, dunque utilizzando padelloni di vinile. A partire dalla sciagurata decisione di mandare in pensione un pezzo di storia, con l’introduzione del compac-disc si è assistito ad un lento, ma sempre crescente calo delle vendite di dischi. In realtà, il CD che avrebbe dovuto rappresentare una rivoluzione per il mondo della musica e della discografia lo è stato solo e, forse neppure tanto, per il mondo dell’H-Fi: gli amanti del “suono esoterico”, autentici maniaci della perfezione sonora, preferiscono riprodurre la musica attraverso sofisticati giradischi ed, in massima parte, hanno sempre aborrito quel suono metallico e palesemente forzato del CD, certamente, più dinamico, ma per nulla caldo, pastoso ed avvolgente come quello custodito tra i solchi del vecchio vinile...