The Whole World's Dancing

DEE-JAYS DALLA PUNTINA VELOCE
Robert Guttadaro, in arte
Bobby, DJ del locale Infinity, definiva se stesso e la
schiera dei suoi colleghi: “..mezzo-maestro di cerimonie e
mezzo-psicologo. Sono stanchi? annoiati? oppure al contrario
vogliono un lento?, il DJ deve saper rispondere in ogni
momento a queste domande, e dalla sua sensibilità, dalla sua
abilità nel comprendere le esigenze del pubblico dipende il
suo successo.“ Questi professionisti del cambio del disco,
divennero gli idoli di mezzo mondo, i ragazzini si
immedesimano nella loro parte, le ragazzine li sognano di
notte. Il lavoro non era difficile, almeno in apparenza, era
divertente, si guadagnava bene. Ancora le parole di
Guttadaro: “Fare il DJ è molto più che semplice, mentre
miscelare le musiche di due dischi è una vera e propria arte
per la quale occorre orecchio musicale, tecnica e una certa
capacità di intrattenere la gente. II segreto sta
soprattutto nel mixare i dischi tra dì loro in modo da
collegare tra loro i ritmi dei singoli dischi formando una
sorta di tappeto musicale uniforme che ha lo scopo, di far
continuare a ballare la gente senza mai fermarsi tra disco e
l’altro…”
Due dei migliori DJs americani furonoTom Bavarese e Bobby DJ
Guttardo.
(Tom Savarese): “Io sono un performer!” -disse una volta Tom
Savarese mentre lavorava al 12 West di New York, seduto di
fronte ad un banco di missaggio a controllare le luci
elettroniche. -“Sono un performer, faccio dello spettacolo
ed è proprio ciò che si aspetta da me la gente che viene in
questa discoteca, divertirsi ed essere intrattenuta dalle
mie “prestazioni.”
Per due anni, dal 1976 al 1977, Savarese ed il suo amico e
collega Bobby DJ Guttardo condivisero il primo posto nella
speciale classifica dei migliori DJs americani su Billboard.
Tom, Tommy per la gente delle discoteche, da anni combatteva
per far sì che la gente capisca che un DJ non era
semplicemente una persona che o metteva su i dischi, ma un
vero uomo di spettacolo che si esibiva nel suo habitat
naturale: la cabina del DJ, il fulcro della discoteca.
Continua Savarese: “Il DJ non può essere solo un tecnico,
deve essere una persona aperta, vivace, musicalmente portata;
deve innanzi tutto amare ciò che fa, amare la musica, ogni
genere di musica, non solamente quella Disco ma ogni cosa
dal Pop al Rock”.
Cominciò a farsi conoscere lavorando in cubs privati di
Manhattan, meta di grossi personaggi dello spettacolo. “Ero
deciso a diventare il migliore”, confidava Savarese. Infatti,
non lavorava solo come DJ nelle discoteche ma si occupava di
missaggio negli studi discografici. Un esempio: l’enorme
successo degli Chic “Dance, Dance, Dance” venne mixato
proprio da lui. Inoltre, era il direttore della Ducanes, una
compagnia che distribuiva programmi da discoteca interamente
pre-mixati.
(Bobby DJ Guttardo): L'uomo che ha orecchio, è così che
veniva semplicemente definito dagli addetti ai lavori Bobby
DJ Guttardo. voce calma, aria sofisticata, capelli neri e
occhi trasparenti.
Per la storia fu l'uomo che ha mixato tutte le musiche della
colonna sonora del film, “Thanks God, it's Friday”. Fu Marie
Paul Senior della Casablanca Records che lo assoldò per
questo incarico e che da New York lo fece arrivare in
California, dove rimase per ben sei mesi. Bobby DJ ebbe
carta bianca: fu lui, infatti, a scegliere quali artisti
sarebbero serviti, quali brani avrebbero cantato e in che
successione. Nel 1977 Billboard lo nominò “Miglior DJ
dell'anno” insieme a Tom Savarese. Anche lui, come Savarese,
era deciso nell'affermare che fare il DJ non fosse
semplicemente far ballare della gente, miscelando delle
musiche, ma si trattava di far spettacolo, intrattenere
della gente, farla divertire. Nel corso della sua carriera,
Guttadaro lavorò presso le più famose discoteche degli Stati
Uniti: la Zodiac, Le jardin, New York New York, Ice Palace,
tanto per citarne qualcuna. Nell'estate del 1973 Bobby DJ
aveva 25 anni, studiava farmacia e collezionava incredibili
quantità di dischi. Fu appunto la sua grande conoscenza
musicale a procurargli il suo primo ingaggio come DJ alla
discoteca Ice Palace. Il nuovo lavoro gli piacque
immediatamente; anzi ne fu talmente affascinato, che decise
di ritirarsi dall'università ed intraprendere la carriera
dei DJ. Oltre al normale lavoro in discoteca Bobby lavorava
in sala di missaggio presso gli studios di varie case
discografiche ed, insieme a Savarese, mixava Disco Music,
producendo nastri e programmi per la Dìsconet.
“Amo il mio lavoro” -diceva Bobby- “amo la musica e ogni
tanto penso di avere del vinile nelle mie vene al posto del
sangue!! “.
INTERVISTA A JAQUES PETRUS FRED
La scena della Disco italiana era quanto mai misera. Al principio l'Italia era una semplice importatrice di prodotti Disco (concerti, dischi, riviste...) e, come avvenne per la musica pop/rock, prima che arrivasse a creare prodotti adeguati al panorama musicale internazionale passò del tempo. La maggior parte dei cantanti nazionali di successo facevano musica “per ballare”, che si riduceva a brani orecchiabili e ritmati (Renato Zero, Battisti, Celentano...) o teneri lenti (Pooh, Matta Bazar...) che pur venendo programmati in discoteca non erano considerati veri pezzi Disco Music. I nostri cantanti/musicisti peccavano di provincialismo e si “montavano la testa” al minimo segno di risposta positiva del pubblico e le loro aspirazioni diventavano spesso prematuramente cosmopolite. Il mercato discografico internazionale marciava con ben altro carburante, così, i nostri artisti, dopo vani tentativi, tornavano all'ovile. Sintomatico l'esempio di Lucio Battisti che, in fondo, era l'artista con maggiori possibilità di successo: “Images”, il long playing con i suoi brani più significativi, rivisitati in inglese per il mercato anglosassone venne accolto nella più totale indifferenza per quanto l'uscita fosse accompagnata da un notevole battage pubblicitario. Ai discografici italiani mancava la mentalità per produrre musica disco. Solo per quei pochi che vi si cimentarono con professionismo e lungimiranza, i risultati non tardarono ad arrivare. Prima che il mercato italiano trovasse il grimaldello giusto per aprire il lucroso scrigno della musica da discoteca, i solo a conquistare il mercato estero furono i D.D.Sound/La Bionda, e Macho/Peter Jacques Band. La Baby Records con fratelli La Bionda, che prima di diventare dance-makers di successo erano musicisti country, fu artefice dell’azzeccato progetto D.D.Sound e dell'ensamble La Bionda, gruppi che si fecero conoscere ed apprezzare soprattutto nelle discoteche europee con un sound accattivante ed a facile presa. Macho/Peter Jacques Band erano le denominazioni sotto cui si riunì un gruppo di musicisti bolognesi coordinati da Mauro Malavasi, con la supervisione della Goody Music, la piccola etichetta discografica che ebbe l’ardire di sfidare anche l’ostico mercato statunitense e con ottimi risultati.
Questa è un intervista rilasciata dal titolare: Jacques Fred Petrus, nel 1979.
Quando e come è
arrivata la Disco Music in Italia?
R. Potrei ripercorrere quella che è stata la
mia evoluzione legata al mondo della Disco Music. Da
ragazzo ero collezionista di dischi, avevo tutti i
prodotti di rythm and blues e soul che uscivano, poi
ho messo a frutto il bagaglio musicale accumulato
iniziando, dieci anni fa, a fare il disc-jockey al
Good Mood di Milano, allora era veramente una
discoteca valida, poi mi sono reso conto che non
potevo fare per tutta la vita questo tipo di lavoro.
Ho incominciato a importare dall'America, dove avevo
trovato una ditta specializzata, in dischi per
discoteca. Inizialmente i quantitativi erano minimi,
due colli per settimana, anche perché mi mancava il
capitale da investire. I dischi erano sufficienti
per noi e pochi altri amici DJs, il commercio era
circoscritto a qualche discoteca (Nepentha, Charly
Max...) poi si è esteso. Ho incominciato a vendere i
dischi anche a qualche fans del locale che trovavano
snob avere a casa propria in esclusiva i dischi
appena usciti in America e che solo pochi DJs
conoscevano. Circa sei anni fa ho creato una società,
la Goody Music, che per prima ha iniziato a
commerciare dischi di Disco Music. In Italia
esistevano già due importatori, Carù e Ronchini di
Parma, che però non erano mai stati interessati a
questo genere, perché era un campo difficile:
bisognava essere sempre informatissimi e conoscere
il gusto e le esigenze musicali dei DJs, si dovevano
poi scegliere e importare i pochi prodotti validi di
un mercato magmatico. L'interesse delle discoteche,
che a quel tempo tornavano ad avere un ruolo
importante, verso questa iniziativa era notevole
perché i DJs non dovevano affidarsi più alle case
discografiche italiane, ma potevano programmare gli
stessi dischi dei “mitici” DJs degli USA.
Quali sono i motivi per cui la Disco Music ha
attecchito cosi bene in Italia?
R. All'inizio la Disco è stata snobbata da tutti:
dalle case discografiche che erano scettiche e dai
giovani che preferivano il genere pop/ rock. Poi è
diventata importante perché le discoteche, e in
seguito le radio private, sono state un'ottima
pubblicità, un efficace mezzo di penetrazione: i
giovani andavano a ballare e sentivano per ore e ore
questo tipo di musica. Siccome conoscevamo il
mercato discografico e i più efficaci mezzi di
promozione quando è nata a Milano la prima radio
libera l'abbiamo subito appoggiata con
sponsorizzazioni di trasmissioni di musica da
discoteca. Altre emittenti sono nate e si sono
ispirate a quelle già esistenti... cosi tutto il
paese è stato coperto e inondato da programmi di
Disco Music e il pubblico ha iniziato a conoscerla e
ad apprezzarla. Un genere di puro divertimento come
la Disco ha trovato un terreno adatto perché i
giovani hanno mostrato di interessarsi sempre meno
ai problemi della società. Nei testi dei cantautori
e dei gruppi rock sì parla di cose che ora
interessano poco, quando un ragazzo ascolta un disco
o va ad un concerto vuole divertirsi e dimenticare i
problemi di tutti i giorni.
Perché dall'importazione avete spostato la
vostra attenzione alla produzione di Disco Music?
R. Anche quando importavamo solo dischi avevamo un
metodo di lavoro professionale e industriale: dal
rifornimento agli amici siamo arrivati a rifornire
le radio e le discoteche di tutt'Italia, da negozio
siamo arrivati ad una catena di negozi, occorreva un
salto di qualità perché vogliamo migliorare
continuamente. Prima controllavamo totalmente il
mercato poi è arrivata sulla nostra scia la
concorrenza, un pò come è successo con i jeans. Sono
nate un sacco di fabbrichette, cosi le prime, quelle
più affermate, hanno incominciato a produrre,
sfruttando l'esperienza e la fama, altri capi
d'abbigliamento. Ora c'è l'inflazione del disco
d'importazione e questa attività ha preso una piega
artigianale perché bastano pochi soldi per mettere
su un negozietto dove vendere dischi. Per fare
questo salto di qualità occorrevano certe basi, cosi
abbiamo preferito attendere che tutti gli elementi
ci soddisfacessero. Abbiamo cercato i musicisti, gli
studi di registrazione e di missaggio, il produttore
e i tecnici più adatti perché non volevamo fallire,
non ci interessava un limitato successo nazionale,
volevamo conquistare il mercato internazionale. E un
anno fa iniziavamo con Macho la produzione Goody
Music.
Macho e Peter Jacques Band si sotto affermati
in tutto il mondo, come è successo?
R. In una certa misura ci aspettavamo una
risposta positiva del mercato. Il disco “l'm a Man”
del gruppo Macho è stato sicuramente il primo
prodotto discografico fatto da italiani con
musicisti italiani a raggiungere un successo
intercontinentale: è arrivato al quinto posto nelle
classifiche di vendite Disco Music in USA e nei
primi posti in Giappone, Europa, Brasile, Argentina.
Avevamo studiato tutti gli elementi e avevamo
seguito accuratamente Mauro Malavasi che aveva
mostrato di possedere tutte le caratteristiche per
diventare uno dei più affermati produttori del mondo,
gli occorrevano però i mezzi e noi glieli abbiamo
dati non badando a spese, siamo andati a fare i
missaggi nei migliori studi del mondo per la Disco,
i mitici «Sigma Sound Studio» di New York. “Fire
night dance” della Peter Jacques Band è stato un
altro supersuccesso, abbiamo voluto dimostrare al
pubblico internazionale che i nostri successi non
erano frutto del caso ma erano il risultato di una
precisa e seria politica discografica. I
discografici USA sono stati scioccati davanti a due
dischi prodotti da una piccola casa discografica in
classifica, due dischi fatti da musicisti italiani
coordinati da un produttore italiano! Tuttora
all'estero sono scettici sul made in Italy.
Nel mercato della Disco Music è molto
importante il lasso di tempo che intercorre tra
l'uscita del disco e l'inizio dell'eventuale scalata
delle classifiche, come si sono comportati i vostri
dischi?
R. I nostri due prodotti sono saliti subito in
testa alle classifiche, Macho è stato addirittura un
fenomeno incredibile: in tre settimane dall'uscita è
arrivato al quinto posto, mentre, ad esempio, Donna
Summer arriva anche al primo posto, ma ci impiega
più del doppio. Peter Jacques Band è arrivato sino
al sesto posto. Il fatto è che i primi venti dischi
della classifica sono validi così le variazioni sono
molto lente e sofferte.
Quale è il metodo di lavoro della Goody Music?
R. Nei nostri dischi c'è l'esperienza di una
ditta d'importazione che da anni vive a contatto
della produzione mondiale di Disco Music. Conosciamo
a fondo la musica da discoteca e quelle che sono le
esigenze dei DJs, un continuo contatto con gli
acquirenti ci ha fatto comprendere che cosa piace di
più alla gente: se la melodia, le parole o il ritmo.
Cosi, sapevamo quello che il pubblico voleva e noi
lo abbiamo realizzato. Non abbiamo lo spirito del
musicista che dice: “Voglio fare un disco secondo il
mio gusto. Io ho delle idee giuste e sono gli altri
che non capiscono niente”. Si possono spendere anche
trecento milioni per fare un disco, tu immagini che
sia un capolavoro, ma poi il pubblico lo rifiuta
perché non è stato fatto assecondando il suo gusto.
Quali sona le caratteristiche di un successo
di Disco Music?
R. Ora non è solo più il ritmo a dare il successo.
Il mercato è in continuo sviluppo ed escono una
quantità incredibile dì dischi, basti pensare che
Billboard ha allungato la classifica Disco di venti
posti perché i successi sono numerosi e in questo
mare dì vinile occorre differenziarsi. La gente, ora,
vuole le melodie, desidera ascoltare cose belle che
rimangono in testa. Le musiche che ascolta in
discoteca o alla radio deve poi poterle fischiettare,
il pubblico vuole sentirsi più partecipe. Ora nella
Disco occorrono più melodie che ritmo perché sono le
parole e i motivi orecchiabili che rimangono in
mente.