The Whole World's Dancing
AUTORE DEL SITO
Francesco Cataldo Verrina
Copyright © ADV News EDIZIONI 1998 / 2008
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VERSIONE 4.0: Settembre 2008
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SIAMO ITALIANI E CI FACCIAMO RICONOSCERE!
Vorrei citare un signore, che non ha nulla a che vedere né
col “Funk”, né con la “Disco”, tale Raul Casadei, il quale
“lisciava” e cantava di certi “Simpatici Italiani”. Sul
suolo italico, dove si sono consumate le gesta eroiche di
condottieri e capitani di ventura, dove sono state innalzate
imprendibili vestigia, dove, nei secoli, l’arte ha raggiunto
la sua massima espressione., i simpaticoni si sono sempre
sprecati. Potevano noi, già “figli della lupa” e, da sempre,
“figli ‘e ‘ntrocchia”, farci mancare quella stucchevole
mistura di “stunk-bumm-trallallà” non ben definita e
denominata “italo-disco”. In questa assolata penisola ,
circondata dal mare e dai misteri, nonché patria di santi,
poeti e navigatori, cineasti, cantori e musici, i furbetti
di quartiere (sono sempre esistiti) ed i simpatici di
mestiere, quelli con i denti rifatti, la camicia aperta fino
all’ombelico e l’anello d’oro al mignolo (modello “uora-uora”),
sin dalle prime avvisaglie, intuirono che il fenomeno
“disco-music” poteva essere italianizzato, monetizzato ed
incassato. Così, sul calare degli anni ’70, mentre la corsa
della “disco made in USA” diventava inarrestabile, alcuni
iniziarono a chiedersi da dove fosse saltato fuori questo
novello sound che tanta presa aveva sui giovani e le loro
fragili coscienze, (da qui, analisi sociali del dilagante
fenomeno, sit-in, forum et similia), altri, simpaticamente,
cominciarono a farne una “versione italiota”, destinata a
divenire, nel giro di qualche anno, una vera e propria
scuola di stile e di pensiero. Era già accaduto qualcosa di
simile col genere cinematografico Western: anche sul quel
versante, gli Italiani, dopo aver prodotto alcuni
“Cult-Movies”, si erano sprecati in una serie interminabile
di “scempiaggini”. I simpatici Italiani, fecero con la
“dance” di quegli anni, quello che i Cinesi fanno
attualmente con taluni prodotti “voluttuari”, ossia i
replicanti. I dance-makers alla “pummarola” capirono subito
che quella “musica dall’incarnato nero”, figlia illegittima
del rhythm'n'blues e del soul, troppo ritmica e sincopata,
andava, innanzitutto, addolcita con una notevole quantità di
melassa millefiori di produzione nostrana. In realtà,
all’inizio, anzi agli albori della “disco-music” era il
verbo del funk ad essere cantato, osannato ed diffuso, poi
con l’arrivo “della febbre travoltina” ed i Bee-Gees si era
manifestata come un confluire di suoni e stili diversi:
funky, soul, influenze tropicali ed ispaniche, pop bianco ed
easy-listenig. In prima istanza, gli Italiani furono
all’altezza della situazione, producendo alcuni dischi
entrati negli annali con artisti come Change, Peter Jaques
Band, Macho, B.B. & Q. Band, Easy Going. (fenomeni già
analizzati nella sezione “la disco in Italia”), ma poi, a
parte qualche altra rara eccezione, si sprecarono in una
serie interminabile di motivetti fru-frù e di infantili
filastrocche, tanto che, all’estero, cominciò immediatamente
a circolare il pittoresco appellativo di spaghetti-dance. Al
principio, le “disco-tracks”, a prescindere delle
peculiarità sonore delle differenti "scuole di pensiero”
possedevano alcune caratteristiche distintive comuni: un
ritmo tra le 120 e le 140 battute al minuto, una melodia
sempre molto accattivante, ma ripetitiva ed essenziale ed un
andamento ritmico, quasi sempre, caratterizzato dalla tipica
cassa "in quattro" (vale a dire un colpo ogni misura, che
con le battute tipicamente in quattro quarti significava
quattro colpi a battuta) e con il Charleston sulla misura
"in levare. Gli Italiani, i Francesi e soprattutto i
dance-makers Tedeschi cominciarono a fare uso massiccio di
strumenti elettronici, di sintetizzatori e dei primi
campionatori, mentre quella americana era più legata ad una
tradizione sonora incentrata su fiati, basso, batteria,
percussioni afro-tribali e, nel caso del Philly-Sound,
addirittura di vere orchestre d'archi. L’industria
discografica americana prevedeva brani tradizionalmente
della durata di 3-4 minuti, diversamente non sarebbero mai
stati trasmessi dalle radio, per converso, quella italiana
ed europea cominciò ad esasperare l’uso dei maxi-singles e
di quelle interminabili "suite alla Cerrone" della lunghezza
15-20 minuti, 8-10 nella media. Molti degli LPs pubblicati
contenevano due o tre brani al massimo. “Melius est abundare,
quam deficere”, dicevano i Latini e qualcuno decise di
prendere l’antico detto alla lettera. Tanta quantità, ma
poca qualità. Con questo non si vuole gettare tutto dalla
rupe o mettere ogni cosa in un calderone. L’altro elemento
non trascurabile va ricercato nel fatto che i gruppi “disco”
americani, come T-Connection, Ohio Players,
Brass-Construction, People Choice, BT-Expess, Chic,
Earth,Wind & Fire e gli stessi Bee Gees (pur di differente
estrazione), erano costituiti da musicisti in piena regola
con tanto di cartellino. Diversamente sul versante Euro-Italo-Disco,
gli artisti venivano costruiti in vitro, o se preferite in
studio, talvolta l’immagine era più importante del contenuto.
Addirittura, in molti casi, l’artista di facciata era un
altro, rispetto a quello che cantava ed altri escamotages di
tale fattezza o “bassezza”. Come direbbe qualcuno:”Io mi
dissocio!” Sono Italiano in tutto e per tutto: quando gioca
l’Italia strillo come un dannato; amo il vino italiano, la
cucina italiana, fumo solo sigari italiani. A proposito di
“disco-music”, però, adoro sentirmi dire:”Tu vo’ fa’
l’americano!” ed io rispondo:” Ciao fratello, strut your
funky stuff!!!”
Francesco C. Verrina
CHI SIAMO O CHI
CREDIAMO DI ESSERE?
Questa è una lunga storia, che comincia da molto
lontano. La prima volta che entrai in una discoteca
avevo quattordici anni. Correva l'anno di grazia
1974, il 28 dicembre per l'esattezza. Ero stato
invitato ad una festa privata che si teneva in un
piccolo locale, capienza un centinaio di persone al
massimo, ma alquanto carino. C'erano le luci che
illuminavano il pavimento della pista, la sfera con
gli specchi riflettenti, le stroboscopiche pulsanti,
il rotor, il wood, (utilizzato quando si mettevano i
lenti, si proprio i lenti) quella strana luce che ti
rendeva la faccia ebano ed i denti bianchissimi,
tanto da farti sembrare uno dei Jackons Five. Per
farla breve, il DJ, o presunto tale, il quale era
uno dei nipoti pel proprietario del locale, mi
chiese di dare un'occhiata alla consolle, mentre
avrebbe ballato con una ragazza. Mi disse: "quando
finisce il disco, schiaccia questo tasto e poi gira
questa manopola, è facile!". Voi vi domanderete,
perchè lo chiese proprio a me? Semplice, da circa
un'ora, gli stavo facendo domande su quello strano
lavoro, il DJ, riferendogli dalla mia prematura
passione per il funk ed il soul e per quella strana
cosa che molti cominciavano a chiamare
"Disco-Music", ma, soprattutto, per James Brown,
Barry White, Gloria Gaynor, Otis Redding, Aretha
Franklyn. A proposito, la consolle era uno strano
archibugio di legno in cui erano incastrati un
amplificatore, due giradischi ed una centralina per
il controllo delle luci. Il mixer non esisteva:
quando un disco stava per sfumare, si schiacciava lo
start dell'altro giradischi, mentre con un
potenziometro (una rotellina) si alzava il volume,
creando una specie di effetto dissolvenza. Per
capirci, a seconda che il potenziometro venisse
spostato a destra o a sinistra, il disco entrante
acquistava tutto il volume a detrimento di quello
uscente. Di pre-ascolto, neanche a parlarne: nessuno,
all'epoca, sapeva che cosa fosse. Si lavorava ad
“occhio” più che ad “orecchio”. Ma ritorniamo al
momento in cui ebbi l'ardire di far "scivolare" il
primo disco della mia carriera di DJ (all''epoca
neppure “in nuce”). Le mani mi tremavano, la
versione di latino che avevo fatto nel pomeriggio, a
confronto, era stata una passeggiata. Prima che
giungesse il momento del cambio, il DJ mi lanciò
un'occhiata dalla pista, come per dirmi: “adesso,
vai!” Fu così eccitante, al punto da non rendermi
conto che il disco stava già suonando. Era andato
tutto bene, nessun disastro. Al contrario, la pista
cominciò a riempirsi ancora di più. Il DJ mi guardò,
dapprima con aria severa, ma poi sorrise, facendo un
gesto di approvazione e proferendo alcune parole.
Dal labiale, capii che mi stava dicendo bravo. In
realtà, avevo sortito una piccola marachella: prima
di allontanarsi, il DJ si era premurato di
prepararmi un disco di Les Humphries Singers, ma io,
con una certa spregiudicatezza, lo avevo sostituito
con "Think" di James Brown. Da allora, sono passati
trentasei anni e, vi garantisco che, ogni tanto,
prendo quel vecchio 45 giri di James Brown e lo
riascolto, provando ancora le stesse emozioni.
Morale della favola o della storia (poiché è tutto
vero): per me e quanti mi sono vicini in questo "gioco",
i favolosi anni 60, i rutilanti anni 80, gli
allucinati anni 90, gli anoressici anni 2000 non
sono nulla a confronto dei FRAGOROSI ANNI 70. In
verità, avevo già una certa dimestichezza con il
vinile: merito di un mio zio, il quale possedeva un
giradischi ed una folta collezione di dischi di ogni
genere. Da lì a poco, nacquero le prime Radio Libere,
poi diventate Private, Net-Work o altro, quindi ebbi
modo di cominciare a sfogare i mie istinti disco-funkoidi
nell'etere ed in vari locali da ballo che in quegli
anni di "febbre sabatina" venivano fuori come i
funghi. Dall'America ci giungeva notizia di certi
"Loft", di questi appartamenti adibiti a discoteche
o clubs privati. Non ci siamo fatti mancare neppure
questa esperienza: tra 1976 ed il 1978, partecipai a
molte feste private, alcune clandestine, nel senso
che si consumavano in matinèe, quando si marinava la
scuola. Un mio compagno di liceo, figlio di un ricco
professionista della dentiera, aveva adibito una
piccola discoteca nello scantinato della villetta di
famiglia. Così quando non ballavo, cercando di
corteggiare quella del terzo banco, anch'io mettevo
i dischi, usando due anacronistici giradischi, (quelli
di Selezione del Reader's Digest, ricordate?). Erano
i tempi di Tony Camillo Bazooka, Brass Construction,
LTD, The Trammps. Pensate che quando cominciammo a
suonare con i mitici LENCO L 76, ci sembrava di
toccare il cielo con un dito, soprattutto quando
scoprimmo che togliere la gomma dal piatto,
sostituendola con una rudimentale "slipmap" ricavata
da un tondo di moquette, poteva rendere il lavoro
più semplice e scorrevole. Per questo, non finirò
mai di ringraziare un amico, all'epoca fonico alla
Rai, il quale, rientrando da un corso di
perfezionamento negli USA, ci ammannì di tutte le
novità, in fatto di musica e di di discoteche, che
aveva visto e sentito nella “Grande Mela”. Durante
il suo soggiorno a New York, -siamo nella prima metà
degli anni '70- era andato ramingo per i vari locali
a caccia di idee e di spunti per il suo lavoro.
Proprio in questo girovagare notturno, aveva appreso
che, bastava mettere sotto la "slipmap" un sottile
foglio di carta ed il piatto del giradischi avrebbe
incontrato ancora meno attrito. Sono, da sempre, un
propugnatore ed un divulgatore delle teorie del DJ-FILOSOFO
David Mancuso: la bella musica a discapito del
tecnica, ossia i dischi vengono proposti non per
abbinamento di battute o per similitudine
tecno-ritmica, ma quasi per affinità elettiva.
Personalmente, ho sempre proposto la musica,
seguendo una sorta di evoluzione "narrativa",
partendo dai ritmi più caldi, più soul-funk dei
primi settanta, passando attraverso contaminazioni
afro-rock-reggae, fino ai motivi più calibrati e
metronomici dei primi anni ottanta. (E’ importante
sapere che gli anni 70, musicalmente parlando,
finiscono il 1983, poi cambia la tecnologia, altri
suoni, altre storie). Ho continuato a "mettere i
dischi", in vari locali, fino alle soglie del 2000:
Funk, Afro, Rap, Reggae, tutta roba che non ha nulla
a che spartire con la perfezione di un cambio al
millesimo di battuta o con l'eccesso di tecnicismo
sviluppatosi dopo la seconda metà degli anni 80. Per
capirci, gli ANNI 70 sono così: giradischi di legno,
suoni caldi, feeling e tanta passione. Non sono “una
festa di Carnevale”, ma una filosofia di vita!!!