The Whole World's Dancing
LA MUSICA NELL'ERA DEL
SESTO SENSO
Nell’era del “tutto gratis, in apparenza”, nei meandri della
rete, dove sembrerebbe che sia stato detto tutto o il
contrario di tutto, ci siamo accorti che c’era e una falla,
una sorta di buco dell’ozono nella credibilità di molti siti
che trattano di argomenti musicali o presunti tali, dove,
sovente, è difficile scorgere la differenza tra
professionismo ed improvvisazione: Qualcuno obietterà:
questa è la caratteristica di internet! Siamo favorevoli ai
Blogs, all’open-source, alla circolazione delle idee e del
libero pensiero, alfieri, quali siamo, di una convinzione,
largamente diffusa a vari livelli, che chiunque debba e
possa scrivere qualcosa, aprire i rubinetti del proprio
sapere: l’importante è che tutto ciò sia fatto con dovizia
di particolari e con argomentazioni esaustive, evitando di
creare, proditoriamente, specchietti per allodole, atti a
condurre “il malcapitato in rete” verso siti che vendono CD,
DVD, gadgets, dischi da collezione, vinile raro, libri ed
opere discutibili di oscuri autori, dopo averlo trascinato
nelle sabbie mobili di una palude di “collegamenti
ipertestuali” creati ad arte. Noi non vendiamo nulla, se mai
ci dovesse essere tra queste pagine qualche “consiglio per
gli acquisti”, sarà palesato, “bannerizzato” ed esplicitato
con contenuti evidenti, evitando meccanismi di comunicazione
sibillina e metodi da persuasori occulti. In fondo, neanche
noi ci prefiggiamo di regalare nulla a chicchessia, ma solo
di dare libero sfogo a qualche ardito pensiero sul mondo
della musica contemporanea, dagli anni ’50 ai nostri giorni,
tentando di tracciare qualche strada alternativa per la
comprensione e la “riabilitazione” di taluni fenomeni
talvolta sottovalutati, ignorati o dimenticati; operando,
per contro, con argomentazioni chiare e suffragate da cifre
e dati inconfutabili, il ridimensionamento di eventi,
personaggi e dischi troppo spesso sopravvalutati da critici
e divulgatori a vario titolo per pura appartenenza
“ideologica” o mera identificazione “generazionale”. Chi ha
scritto per anni di “musica giovanile” , o comunque
destinata a questo tipo di consumo, ha avuto la medesima
abilità di chi sa vendere, “la sabbia nel deserto ai Tuareg”
o “il ghiaccio agli Eskimesi”: troppo facile, per quanti
hanno goduto fino “all’altro ieri” della “protezione” di una
KULTURA a senso unica, creata da pochi per la moltitudine,
per quella massa indistinta e indefinita di piccoli e grandi
consumatori, dove, sovente la parola “consumo” veniva
aborrita o camuffata. Per lunghi anni, una pletora di
esperti ha creduto, talvolta riuscendo nell’intento, di
potere e saper dispensare buoni consigli, “sentendosi come
Gesù nel tempio” (non ce ne voglia De Andrè!). Oggi, la
comunicazione, grazie ai new-media avviene in maniera
orizzontale, non più in modo verticistico. Le nuove
frontiere della comunicazione sono il “Guerrilla Marketing”,
il “Low Budget” il “Word-Of-Mouth”. La vecchia “cultura di
massa” (musicale inclusa), è fuori “sincro”. Chiunque
mastichi di mass-mediologia, anche a livello di scuole
serali, sa benissimo che, nell’era di internet e derivati,
la comunicazione è “diacronica”, non più “sincronica” . Per
intenderci, non c’è solo uno o pochi che parlano
simultaneamente a tutti o quasi, ma molti che comunicano, in
momenti e situazioni differenti, con tanti. Musica colta,
musica seria, musica impegnata, piuttosto che musica frivola,
musica effimera, canzonette leggere sono le molteplici facce
di un unico fenomeno proteiforme. Si pensi a quanti vendono
ed hanno venduto milioni di dischi, ma si vergognano di
accostarsi all’aggettivo “commerciale”.Tutto ciò che non è "commerciale",
quindi adatto alla libera circolazione delle merci, non è,
né sarebbe stato proponibile, almeno in un sistema
capitalistico, ma neppure in Cina ai tempi di Mao. Siamo
stati testimoni di epoche, meno sospette, in cui intere
generazioni di giovani venivano ingannate e poi tradite (forse,
sarebbe più giusto dire: volevano farsi ingannare) da chi
professava, attraverso la musica, idee di cambiamento,
d’impegno civile e sociale, per poi dileguarsi nell’Eden dei
privilegi e del lusso con il malloppo. Nulla è avvenuto,
dagli ’50 in poi, che non fosse veicolato dall’industria
discografica, da abili produttori, scaltri promoters; per
non parlare dei tanti loschi figuri ed i mercenari che hanno
sempre lucrato alle spalle dello sconfinato impero musicale:
dal Rock’n’Roll al Punk, dal Folk-Revival all’Italo-disco,
dai Cantautori al Liscio, dal Beat alla Disco-Music, dal
Soul alla New–Wawe, dal Calypso all’House nulla è accaduto
per caso.In questo magma caotico di generi, stili e
sottoculture non esistono, dunque, Beati, Santi o Divinità
intoccabili: la teoria della relatività diventa quanto mai
opportuna, se applicata al mondo della musica Non sempre, ma
spesso, abbiamo assistito alla codificazione dell’ovvio ed
al festival dei luoghi comuni, soprattutto in questi ultimi
anni di musica senza “anima” e “corpo”, fatta di elementi
impalpabili chiamati “files”: MP3, MP4 et similia. I dischi,
in vinile o CD, erano e sono ben altra cosa, se non altro,
costituiscono elementi tangibili. Ben venga la tecnologia,
che ha consentito a chiunque, e senza particolari impegni o
ingombri, di fruire dei suoni del mondo e in ogni dove, ma
la musica, o “l’arte invisibile” - come la definiva Duke
Ellington - certe volte, finisce per diventare anche “l’arte
inudibile” !
ANNI 80: THE
PLASTIC AGE….MA NON TROPPO!
Era il 1989 e Raf cantava “Cosa resterà degli
anni ’80…”, quasi una premonizione su tutto ciò
che si sarebbe detto e scritto su questo anomalo
decennio, dove tutto sembrava essersi sviluppato
all’insegna del disimpegno e di “quella
insostenibile leggerezza dell’essere” che, dal
cinema alla musica, dalla letteratura al teatro,
aveva invaso le umane coscienze, ottundendo le menti
e castrando la creatività. Le parole di Raf, pareva
volessero dire che degli anni ’80 non sarebbe
rimasto nulla o poco: tutto troppo volatile,
leggiadro, senza consistenza se paragonato al
fervore dei mitici anni ’60 o, addirittura, agli
anni ’70, che pur con grandi contraddizioni, avevano
prodotto, in campo musicale, fenomeni di tutto
rispetto. Per lungo tempo, vi fu quasi una sorta di
comune sentire, che riassumeva la storia di quegli
anni come la peggiore del dopoguerra, fatta di suoni
freddi e sintetici, esasperazione del fattore
estetico, edonismo reaganiano ed individualismo
sfrenato. Poi arrivarono gli anni ’90, sotto altri
auspici, ma, musicalmente parlando, tradirono ogni
premessa o promessa: degli anni ’90 resta, davvero,
ben poco. Con l’avvento del terzo millennio, le
prospettive non sembrarono per nulla allettanti, al
punto che il “nostalgismo” per il tempo passato
iniziò a riaffiorare: ondate anomale di revival anni
Ottanta, sotto forma di zibaldoni saltellanti, con
tanto di trenino finale e “tutti su le mani”,
vennero proposte da DJs, più interessati a riempire
la pista e guadagnarsi il gettone, che a comprendere
l’esatta portata del fenomeno. Per la gioia dei
nostalgici di quegli anni, che cominciarono a
rivedersi giovinetti alle prese con cartoni animati
giapponesi e computers Commodore 64, ecco scodellate
sul mercato una serie interminabile di compilations
a presa rapida: sempre le stesse con i soliti noti,
una quarantina di brani, talvolta “listati” nella
peggiore delle sequenze logiche, quasi a voler
disconoscere, a priori, la “consecutio temporum” del
verbo musicale, sovente con la complicità di qualche
film di seconda serie infarcito di marcettine
acriliche e melodie annacquate. A tutto questo, si
aggiunga un’incontenibile valanga di remakes di
pezzi, più o meno noti, di quel periodo (prima)
tanto aborrito ed ora celebrato anche dai principali
detrattori; senza contare che i rifacimenti, ossia
le covers, come si preferisce chiamarle, sono sempre
decisamente più brutte ed insignificanti rispetto
alle partiture originali. Si potrebbe liquidare la
pratica dicendo che, in tempo di vacche magre (dal
punto di vista creativo), ci si attacca a qualsiasi
cosa pur di sopravvivere, dopo aver raschiato,
finanche, il fondo del barile. A parte la
“spremitura” mercantile ancora in atto, gli anni ’80
sarebbero da rivalutare attraverso un’analisi più
attenta e complessiva dei “fenomeni” che hanno
attraversato il decennio più “veloce”, almeno così
deve essere sembrato, forse perché più breve di ogni
altro. Quando si dice anni ’80, musicalmente
parlando, ci si riferisce, a discapito del
calendario ufficiale, ad un lasso di tempo compreso
tra il 1983 ed il 1988: i primi anni del decennio,
sotto tutti i versanti, sia che si tratti di rock,
ad esempio, dove ogni espressione musicale risentì
notevolmente dell’influenza del punk e della
cosiddetta hard-wave, sia che si parli di dance,
dove i fuochi della disco-music anni Settanta
continuarono ad ardere ancora a lungo; in ogni caso,
a partire dal 1984, con l’avvento e la diffusione
dei campionatori, dei sequencer e di altri ritrovati
tecnologici, l’humus musicale venne modificato
profondamente, così come, a partire dalla fine
dell’88, il recupero di talune sonorità ed un
ritrovato senso critico, lasciò presagire che gli
anni Novanta fossero già entrati in scena. In prima
istanza ed a scanso di equivoci, va detto che gli
anni Ottanta, soprattutto se paragonati a quanto
accade di questi tempi, si mostrano come anni a dir
poco “straordinari”. Quanto affermato, potrebbe
lasciar presagire che vi sia stata, più che una
“sottovalutazione” una congiura vera e propria.
Coloro che, per primi, iniziarono a sparare a
pallettoni su quel periodo, furono gli stessi che
avevano riservato un trattamento simile agli anni
’70, in particolare alla componente più ludica, la
disco-music. Questi signori, attualmente, non più
giovanissimi ed alle prese con qualche problema di
prostata (con tutto il rispetto per la prostata, che
non risparmierà probabilmente nessuno di noi),
protetti da un apparato pseudo-culturale ed
impantanati nelle ideologie, agognavano ancora di
vedere spuntare dai microsolchi capelloni, chitarre
distorte ed esaltanti peana in favore di
acid-parties e barricate contro il potere. Sono gli
stessi che pur di fare ammucchiate editoriali,
raccontarono al mondo che, ad esempio, i Clash o Ian
Dury ed punk erano la stessa cosa, che i Ramones
erano un gruppo degno della migliore tradizione
rock, che la new-wave fosse una naturale conseguenza
del punk, anzi una sorta di illuminato rinascimento
da quelle fumose macerie e che gruppi o artisti come
i Talking Heads, i Blondie, Joe Jackon e Pati Smith
dovessero essere ascritti al fenomeno new-wave,
no-wave, pre-punk o post-punk o che un gruppo, di
per sé emblematico e forse rappresentativo di una
certa generazione, come i Sex Pistols potesse essere
inserito tra i grandi della musica, pur avendo con
quest’ultima un rapporto di parentela assai alla
lontana. Lo scenario politico, sociale e culturale
degli anni ’80 risulta assai più complesso, così
come, estremamente, composito e sfaccettato si
manifestò lo scenario musicale (e relativi attori)
del periodo caratterizzato da una grande varietà
umana, nonché di generi: “The River” di Bruce
Springsteen, “Gaucho"”degli Steely Dan e “Remain in
Light” dei Talking Heads, prodotti di pregevole
fattura, non avevano nulla in comune, eppure sono le
varie facce della stessa medaglia, i tanti aborriti
’80, anni bollati col marchio dell'infamia, accusati
di aver propagandato la vacuità dilagante, elevando
il velleitarismo e l’egoismo a forma d'arte, nonché
il teatrino dell'effimero a pura rappresentazione di
un codice esistenziale fatto di superficialità e
cura dei tratti estetici. Forse, gli anni Ottanta
della “musica” non furono soltanto un rincorrersi di
gente vuota aggrappata al proprio look, intenta solo
ad agitarsi sotto le luci di un successo usa e getta,
a guardarsi allo specchio ed a cantare in play-back.
Le generazioni degli anni 80 dovettero muoversi fra
eventi e cambiamenti epocali decisamente frettolosi:
la morte di John Lennon, la nascita delle tv
commerciali, la tv a colori per tutti e la
diffusione dei video-registratori su larga scala,
avvento dei video-clips, con conseguente
affermazione dell’immagine sull’immaginazione,
l’introduzione del CD e l’inizio del superamento del
vecchio vinile, mentre i computers e le macchine
cominciarono a sostituire l’uomo, non in tutto, ma
con un evidente calo della creatività e, poi, il
crollo delle ideologie comuniste (ma non solo), la
caduta del muro di Berlino, la tragedia di Cernobyl,
la triste scoperta dell'AIDS (che produsse un certo
irrigidimento dei costumi), la consapevolezza di un
mondo attanagliato dai problemi della povertà e
della fame, culminata nel Live-Aid / USA For Africa,
il più grande raduno di pop-rock-stars di tutti i
tempi, al cospetto del quale, finanche Woodstoock,
sembrò roba da niente, se non altro perché il
LiveAid ebbe una finalità benefica. E’ innegabile
che chi governava il mondo dei suoni, talvolta,
appariva invisibile ed impalpabile, altre volte
inesistente, ma sarebbe, storicamente inesatto, fare
d’ogni erba un fascio: molti dei gruppi nati in
quegli anni, U2, Simple Minds, REM, Red Hot Chilli
Peppers, Depeche Mode, Simply Red, sono ancora
attivi e con riconoscimenti lusinghieri in termini
di mercato, per non parlare di Prince, Madonna,
Sting, Michael Jackson , Lionel Richie e tanti altri
che riescono a catalizzare le attenzioni di radio,
tv, giornali, internet ad ogni stormir di fronde. Si
pensi al grande clamore suscitato dalla “reunion
“dei Police. In molti casi, non furono gli uomini ad
inventare il “gioco” ma le macchine. L’evoluzione
dei media, portò, in molte circostanze, allo
sfruttamento degli stessi, attraverso il linguaggio
che essi proponevano: più immagine e meno voce, più
notizia o gossip e meno musica. Oggi sarebbe,
pressoché, impossibile non tener conto della rete,
del computer, dell’I-pod, degli MP3, dei DVD, così,
gli Ottanta furono le specchio fedele dei mezzi e
delle tecnologie che imperavano in quegli anni.
Tutti coloro che sognavano capigliature scarmigliate,
chitarroni graffianti e pantaloni a zampa d’elefante,
sobbalzarono nel vedersi, improvvisamente circondati
da giovinetti efebici, circondati da tastiere,
drum-machines, intenti ad intessere lodi sonore al
verbo elettronico, sovente, alimentate da un
ripetitivo quattro/quarti, pronto all’uso in
discoteca, e, di tanto in tanto, attraversate da
testi deliranti, finto-poetici e votati
all’esaltazione dell’apparire, più che dell’essere.
Già, la new-wave, nella sua più raggelante ed
ibernata corrente, definita dagli storici
“cold-wave”, aveva mandato in pensione le chitarre
tipiche del vecchio rock fatto di due accordi rubati
al rhythm & blues, ma senza per questo scadere di
qualità e capacità innovativa. Molti di questi
alfieri dell’onda-gelida, avevano metabolizzato la
lezione impartita dai maestri germanici (Kraftwerk)
e dagli antesignani della sperimentazione in perenne
divenire, David Bowie, Brian Eno e Robert Fripp,
distillando dei lavori assai interessanti sotto il
profilo dell’intuizione: Gary Numan, John Foxx,
Stranglers, Bauhaus, Joy Division, solo per fare
qualche nome. Anche in Italia, con l’arrivo degli
anni ’80, le cose migliorarono notevolmente. Dopo il
declino della stagione cantautorale, nuovi idoli si
affacciarono all’orizzonte, in primis Vasco Rossi,
capace di tenere insieme tradizione ed innovazione,
Pino Daniele, raffinato cesellatore di suoni dal
sapore nero, filtrati attraverso un gusto per una
mediterraneità aperta a Sud, Franco Battiato, genio
della sinfo-elettronica, incompreso negli anni ’70,
ed ora capace di fondere suoni e culture lontane in
un esaltante meltimg-pot di razze ed etnie musicali;
mentre sul versante più melodico si affermarono
artisti del calibro di Eros Ramazzotti, oggi
acclamato all’estero come una rock-star e Raf,
ritornato (in quegli anni) al bel canto italico,
dopo aver conquistato le discoteche di mezzo mondo,
usando l’albionico idioma e, non ultimo, Zucchero
capace d’inventarsi l’idea di un bianco che canta
come un altro bianco (Joe Cocker), capace, a tratti
di cantare, come un nero. L’elenco potrebbe
continuare all’infinito. Gli ’80 vanno ricordati
anche come gli anni dei dualismi e delle rinate
contese: era dai tempi dei Beatles VS Rolling Stones
che non si vedevano due schiere di fans, l’una
contro l’altra (bonariamente) armata, parteggiare
per i Duran Duran o gli Spandau Sallet, due
formazioni, musicalmente proficue ed innovative, in
grado di scomodare folle oceaniche, riempire stadi,
palasport ed innescare scene di isteria collettiva
tra le fans, roba che non accadeva dai tempi della
premiata ditta capeggiata dall’accoppiata
Lennon-McCartney con tanto di caschetto languido ed
occhietto vispo. Non vanno dimenticate, ad esempio
l’opera massima dei Pink Floyd, “The Wall” (film e
disco) ed alcune delle perle della discografia come
“Making Moves” dei Dire Straits, “Hallo, I must Be
Going” di Phil Collins, “The Nightfly” di Donald
Fagen, “Arc of a Diver” di Stevie Winwood, “Purple
Rain” di Prince, “Lets Dance” di David Bowie” o
“Like a Virgin” di Madonna. E quando la new-wave,
cedette il passo alla dance-wave, adottando
definitivamente in modulo in quattro/quarti con
destinazione ballo, una nuova british-invasion diede
assalto alle classifiche di mezzo mondo,
condizionando non poco anche artisti e generi, fino
ad allora, poco sensibili a talune fenomenologie:
Heaven 17, Depeche Mode, Human League, OMD, Buggless
(del geniale Trevor Horn) Eurhytmics e Yazoo. Queste
ultime formazioni fecero conoscere alle masse due
delle più belle ugole di tutti tempi, Annie Lennox e
Alison Moyet. Non va assolutamente tralasciata
l'affermazione, a livello planetario, della
diffusione del musica Reggae, genere originario
dalla Giamaica, che elesse a proprio "domicilio
fiscale" l'Inghilterra, favorendo la commistione con
altri stili e dando vita ad alcuni importanti
prodotti meticci, tra cui possono essere annoverati
certi dischi dei Police, dei Clash, per non parlare
degli UB 40 et similia. È altrettanto vero che il
decennio appare disseminato di tanti prodotti usa e
getta, meteore, replicanti, ma senza annoiarvi con
la pedanteria di elencazioni inutili, diciamo che
sono esisti in ogni epoca. Molti Italiani non
stettero con le mani in mano, a partire dal 1982, si
ritagliarono un’importante spazio nell’ambito della
dance europea e mondiale con risultati lusinghieri
anche in termini di quote di mercato. Purtroppo,
quella che, ancora oggi, viene identificata con il
termine italo-disco, pur vantando, soprattutto nei
paesi germanici schiere di sostenitori e “collezionisti”,
viene sovente designata dai detrattori con il
dispregiativo termine di spaghetti-dance e, poiché
disconosciuta da buona parte della critica, non ha
potuto elevarsi mai al dignitoso rango di musica
pop, inteso come popolare, ma questo merita una
trattazione a parte.'